“….tant vaut l’école, tant vaut la nation..!” era quello che i nostri maestri africani ci dicevano fin dal primo giorno della scuola. Era il Leitmotiv che ci spingeva ad alzarci presto alla mattina dal letto, partire alla ricerca dell’acqua al fiume con sulla testa grossi recipienti, enormi bidoni, ritornare di corsa a casa per prepararci e partire.Partire per la scuola, spesso in compagnia di decine di ragazzi che costituiscono la nostra naturale comunità scolastica e di vita. Con questi giovani scolari ho passato lunghi anni della mia vita africana, non senza fatica o difficoltà, oppure quei momenti li ricordo come momenti intensi e pieni di gioia di vivere e di impegno. Perché il mio stare insieme con i miei compagni (uso ancora il termine compagno, perché è il piu’ bello e il migliore come termine: Dividevo il Pane, la caramella, la gomma, la mattita, la penna bic e il banco di scuola con loro. Ognuno di loro è tutt’ora il mio Cum-Panis).
Tutto il nostro sforzo e il nostro impegno si reggeva sulla consapevolezza che che ci stavamo preparando per l’avvenire del mio paese, del nostro paese il Togo. Questa coscienza di impegno ci rendeva sereni, affrattellati e soprattutto motivati ed entusiasti. Ci rendevamo conto, noi scolari e i nostri maitres, i maestri che eravamo tutti sulla stessa barca per una missione comune, ormai inderogabile per nessuno, quella di lavorare forte per favorire un Avvenire migliore al nostro paese in un contesto del Panafricanismo. Eravamo conscienti allora della necessità di aprire menti e cuori nostri in una dimensione piu’ ampia che è quella panafricana (premessa di un futuro solidale per tutti i paesi africani liberi dal colonialismo europeo ed occidentale) e in un orizzonte culturale in grado di coniungare in un connubio di realismo pratico la Cultura e la tradizione africana e la cultura occidentale che ci veniva trasmessa dalla scuola postcoloniale. I nostri maestri allora ci aiutavano a guardare il futuro nostro e del nostro paese, la nostra cara nazione senza paura e senza arrière-pensée, senza pregiudizi e preconcetti. Mi ricordo che il verbo piu’ usato nei discorsi in classe e durante la ricreazione era Batir che in italiano significa costruire. L’obiettivo dunque del nostro stare a scuola per apprendere a leggere, a scrivere e a contare è quello di costruire la nazione è quello di Costruire la nazione. La quale dopo 30 anni di colonizzazione tedesca (1884-1914) e dopo 40 anni tra protettorato e colonizzazione francese (1920-27 aprile 1960) era come una casa diroccata e dunque occorre lo sforzo di molti, soprattutto delle sue figlie e figli piu’ giovani per ricostruire quello che è rimasto. Ma su un fondamento nuovo basato sul lavoro, la disciplina e la libertà.
Quando noi ogni mattina attorno alle 7.30 arrivavamo da ogni angolo dei villaggi nella nostra scuola elementare, la prima cosa che facevamo era di guardarci attorno per vedere se erano gia’ arrivati il direttore e il gruppo dei maestri. La loro presenza fisica ci rassicurava molto, moltissimo. Ci effondevano coraggio. Erano i nostri garanti pedagoghi e i nostri maitres-à-penser. Essi rappresentavano le Istituzioni di rispetto e di Indipendenza del Togo da una parte e le Autorità morali a cui siamo stati confidati dai nostri genitori dall’altra parte. Dopo un po’ che come scolari ci disponevamo nel cortile e prepararci a cantare, il direttore (mi ricordo il buon Dossou Lovènou che è stato il mio direttore per tanti anni) si presenta da solo davanti a tutti per dare annunci e fare le comunicazioni necessarie. L’alzabandiera, il collega Tchigidi si mette davanti al pallo della bandiera. Nessuna mosca vola come si dice in gergo, nel senso che regna un silenzio assoluto. Una volta issata la bandiera si canta l’inno nazionale. L’inno era quello dell’alba delle indipendenza scelto dal presidente democratico Sylvanus Olympio (democraticamente eletto poi trucidato il 13 gennaio 1963, tre anni dopo l’indipendenza avvenuta il 27 aprile 1960). L’inno inizia cosi’: Salut à toi, pays de nos Aieux…, toi qui les rends forts, paisibles et joyeux…(saluto a te paese dei nostri avii, tu che li rendi forti, tranquilli e gioiosi). Il fatto stesso di iniziare la giornata di studio e di lavoro a scuola con l’alzata della bandiera (pluricolore: verde, natura e vegetazione, rosso dei martiri di libertà e di indipendenza, giallo delle risorse e delle materie prime e infine la stella bianca che simboleggia la Pace e la quiete) e l’inno nazionale (che abbiamo tutti imparato a cantare a squarciagola e con sorriso sulle labbra) ci dice che siamo qui per noi e per la nazione tutta intera. Quindi piu’ forte e robusta la scuola, piu’ forte è la nazione. Dopo l’inno nazionale per ordine di classe si comincia ad entrare nelle aule con un accompagnamento musicale. Esiste l’orchestra della scuola. Essa formata da un gruppo di ragazzi (che fanno ore e ore di prove musicali). Il loro compito è quello di rallegrare gli scolari e di accompagnarli passo dopo passo a sedersi gli uni accanto agli altri senza pregiudizio alcuno per impegnarsi insieme per la comunità e per la nazione appunto.
Per tutti la Scuola è l’Agora della riflessione e del pensiero, la piazza cioè dove si impara a riflettere, a formulare pensiero critico in vista di creare nuove piattaforme e sprigionare energie vitali. La Scuola è considerata la piu’ grande palestra della Convivenza autentica tra ragazze e ragazzi provenienti da diverse etnie e da svariati villaggi piu’ meno lontani dal centro urbano. Alcuni di questi villaggi per esempio sono distanti di circa settanta kilometri dalla città di Atakpamé che era la vecchia capitale del Togo quando era sotto la colonizzazione tedesca (tra 1884-1914). Atakpamé era dunque un importante centro urbano.
Per i nostri genitori e parenti la Scuola era anche una specie di “finestra spalancata sull’oceano“, vale a dire una realtà da cui è importante sporgere la faccia per osservare orizzonti nuovi (che nessuno sapeva descrivere con i termini esaurienti).
Questo ci dice di gran lunga quali possono essere i desideri e i sogni che i genitori proiettano incessantemente su questa importante Istituzione della vita sociale e culturale di un paese. La Scuola era un luogo pieno di anima, cioè di vitalità e ricco di creatività. Non era un luogo di lusso e di sfrontata ricchezza, ma piuttosto uno spazio dove tutti, poveri, abbienti e non abbiebnti possono mettersi alla prova. Qui tra l’altro tutti sono vestiti con le divise, proprio per sottolineare il principio dell’uguaglianza, della égalité de chance, della dignità e dei diritti umani non negoziabili. Mi sono deciso a scrivere queste due righe dopo che ho potuto osservare quello che sta succedendo in Italia in questi anni. Non vado in alcuni dettagli di cui non sarei capace. Mi limito a due cose:
1. Il taglio delle spese per la Scuola. Questo tipo di taglio che ci sembra lineare toglie alla Scuola e ai suoi alunni oltre i fondi necessari per una buona didattica, la sua Anima. I tagli tolgono cioè le energie vitali, l’Anima appunto agli insegnanti e agli scolari.
2. Tre anni fa c’erano forti proteste degli studenti di ogni ordine e grado contro i tagli alla cultura e del ministro dell’istruzione, Maria Stella Gelmini, ma durante queste proteste molti adulti si sono ritirati. Avevano lasciato da soli i loro figli a protestare contro questi tagli e la subcultura che stava dietro le mosse di questo governo che calpesta la cultura e la formazione che in ogni società, anche presso le nazioni cosiddette in via di sviluppo (in Africa e altrove) rappresentano il baluardo di libertà democratica e di crescita. I genitori dei ragazzi studenti dell’Orda studentesca che è trasversale (per fortuna) hanno preferito in questi anni grammi di cultura rimanere al loro posto senza scomodarsi fin troppo. Questi adulti che dovrebbero sentirsi delle radici solide e di sostegno agli alberi ribelli (i figli) hanno scelto i loro schieramenri politici, il loro sistema economico, hanno infine abdicato ai loro compiti di pedagoghi e di accompagnatori fidati e fidabili. I figli hanno perso la forza e il sostegno della gran parte del mondo adulto e responsabile. Esso non ha voluto schiodarsi dalle proprie posizioni. Era bene pero’ schierarsi con i giovani, i figli che CHIEDEVANO IL CAMBIAMENTO, quello autentico fondato sul rispetto reciproco. Mi chiedo continuamente se questi genitori sono consapevoli della posta in gioco. Avevano perfino lasciato che il governo che con il suo ministro dell’economia dichiara “la cultura non si mangia” mandasse i suoi poliziotti a caricare i ragazzi pacifisti a Roma e altrove. Una grande vergogna.
In questi giorni di settembre, le scuole riaprono i battenti e si riproducono le stesse difficoltà. Ho visto questa mattina, mentre accompagnavo il mio figlio piu’ grande alla scuola materna mi sono davvero reso conto della situazione in cui vive la scuola italiana, dagli asili fino all’università.
Anche alla materna di mio figli ci stanno in ogni classe 26 ragazzi e lo spazio è quello che è, piccolo e rettangolare . Ovunque si assistono a delle proteste veementi contro il governo e i ministri. Il governo non avrebbe rispettato gli impegni presi a partire da aule piu’ pulite ed equipaggiate come si deve. Leggevo addiritttura che in alcune classe le sedie per sedersi non si vedono oppure sono tutte rotte.
In altre scuole mancano i servizi, dei wc, dei gessi per scrivere, delle lavagne, persino la carta igienica. Quando ho letto questo, mi sono molto arrabbiato molto poi mi sono chiesto tra me e me: La scuola italiana, potrà ancora essere considerata luogo di coscienza critica e di formazione al senso dei diritti e della responsabilità? quali strumenti sono in suo possesso? Perché rischia di essere smantellata dal mondo politico attuale? Il governo e il mondo politico sono alquanto insensibili a questa situazione soprattutto tolgono il diritto al futuro a questa grande nazione italiana. Come puo’ un paese uscire da questa grave crisi di recessione se continua a togliere i fondi per il sociale.
Cosa ci rimane per riportare la Cultura, la Scuola e la Formazione al centro, forse la Forza della Società Civile come si è capito in questi mesi?
Anche qui, in Italia è possibile ancora affermare: “Tant vaut l’école, tant vaut la nation?”
Ci leggiamo prossimamente
(Jean-Pierre Sourou Piessou)




