In questi giorni assistiamo con sgomento e un forte senso di sdegno allo scempio che alcuni sedicenti religiosi islamici stanno compiendo nella città di Tombouctou, di Djenné ( e la sua magnifica moschea), di Mopti, Gao, cioè alla distruzione dei mausolei dei santi/giusti e delle magnifiche alquanto straordinarie costruzioni archittetoniche ed artistiche di millenaria civiltà africana. Costruzioni e manoscritti come quelli relativi ai 333 santi/giusti della storia che risalgono a piû’ di mille anni di storia e che sono classificate patrimonio dell’Umanità. Esse rivestono un incommensurabile valore che non puo’ in nessun modo essere quantificabile né monetizzabile. La città di Tombouctou, oggetto di questo massacro degli ignoranti è sempre stata una preziosa ed importante metà di esploratori, navigatori, missionari, avventurieri europei, commercainti arabi provenienti dall’Oriente e per ultimo da alcuni anni frequentata da migliaia di studiosi e turisti di tutto il mondo. Basta ricordare il famoso diario dell’esploratore francese René Caillé dal titolo a dire il vero speciale, Journal d’un voyage à Tombouctou et à Jenné pubblicato nel 1830 (diario di un viaggio a Tombouctou e a Jenné) che descrive in modo impeccabile il fascino di questi luoghi di storia e di cultura africana. Tra l’altro in questi intensi racconti il grande esploratore francese si lascia molto andare sulle proprie dimensioni personali e su quanto nel mettere piedi in questa valle africana capii molte cose della propria esistenza e della sua infanzia quando già a scuola sognava l’Africa che conosceva solo attraverso dei libri di testi.
Da giovane imparai a leggere questo libro-diario con l’aiuto del mio padre Jean-Marie Tossa che in quanto commerciante/rappresentante dell’Opat, società togolese di distribuzione di prodotti di esportazione come caffè, cacao, arachidi e cotone ebbe a visitare e a soggiornare per lunghi mesi a Tombouctou, a Djenné, a Mopti e anche a Bamako (ci andava con i camions e tirs). Quindi il mio padre appassionato viaggiatore ebbe l’occasione di vedere da vicino questi straordinari monumenti spesso descritti nei diversi di geografia e di storia africana con stupore e curiosità e che tuttavia rappresentano l’orgoglio dell’intero continente africano per quanto riguarda il genio culturale ed antropologico ben evidenziato da questi abili e creativi costruttori. La cosa pero’ che in questi giorni e in queste ore mi lasciano senza parole è il silenzio quasi complice di molti governanti e politici africani che fanno fatica ad emettere una parola risolutiva a questo vandalismo criminale degli islamici che la loro ignoranza arrogante e la loro efferata stupidità come disse lo scrittore di Fes Tahar Ben Jelloun stanno davvero distruggendo una delle realtà culturamente avanzate nella nostra terra africana già molto provata da decenni di distruzioni e di sopraffazione. Non riesco dunque a leggere delle posizioni di netta condanna di quest’atto criminale da questi gruppi religiosi che si richiamana ad una legge coranica inesistente per radere a terra il nostro patrimonio continentale. Nell’editoriale di ieri sul giornale la Repubblica il fratello marocchino Ben Jelloun chiedeva all’islam di proteggere l’Africa affermando, e condivido che questa gente brutale merita una risposta brutale da parte delle autorità e delle istituzioni anche militari. Condivido pienamente il suo pensiero. Aggiungerei pertanto che questa forte risposta non debba arrivare solo dall’Onu, dall’Unesco e dunque dalla cosiddetta Comunità Internazionale, ma anche dai governi africani coscienti della drammaticità dei fatti accaduti e in accadimento, ma soprattutto dall’Unione Africana da sei mesi presieduta dall’integerrimo e coltissimo Thomas Yayi Boni del Bénin che ha saputo lui stesso lavorare con un certo rigore morale ed intellettuale per proteggere e conservare il patrimonio dell’Unesco che è la città di Abomey (la sede del Regno di Abomey). Questa città che conosco bene, qui sono nati i miei nonni materni è patrimonio dell’Umanità da qualche anno e percio’ è metà turistica di inestimabile valore. Il presidente Yayi Boni che ha sistemato molto bene questa realtà, sa benissimo cosa deve fare nel caso del Mali in quanto presidente dell’UA (Unione Africana). Non vorrei essere in questo momento in Mali ad assistere con le mani incrociate a questa criminalità organizzata di massa e purtroppo religiosamente sostenuta a danno di questo bellissimo paese di artisti, narratori “griots”, musicisti creativi, danzatori, cantanti, pitttori e di scrittori famosi come Hamadou Hampâté Bâ, autore di numerosi libri in particolare di Il saggio di Badiangara e il bambino fulbe che troverete in calce a questo mio scritto. Un paese, il Mali chiamato il Sudan Francese (Aof), da mille risorse e da ricche tradizioni artistiche, culturali ed antropologiche, paese da molti invidiato ed imitato.
Un paese, anticamente conosciuto come l’Impero Mandingue di Fouta Djalon del leggendario eroe Soundjata Keita, il Mali che ha saputo uscire da un lungo e sanguinante ventennio dittatoriale sotto il regime del padre-padrone Moussa Traoré. Un paese che è stato ritenuto da qualche anno uno tra quelli emergenti con una buona governance (ce ne sono pochi in Africa purtroppo) e che ora, dopo aver assistito al colpo di stato selvaggiamente perpetrato dai touaregs (i saheliani, popolazioni che vivono nel deserto in mezzo alla sabbia, spesso armati di arma da fuoco pronti a depredare turisti e migranti in viaggio verso Agades Niger e Libia) a danno del democratico Amadou Toumani Touré (democraticamente eletto per transitare il Mali verso la democrazia e la libertà) si trova ora a confrontarsi con i “barbuti” musulmani che a nome di una fede fanatica e violenta distruggono i suoi beni artistici e culturali. Le reazioni a questo vandalismo a mio parere spettano a tutti coloro che hanno a cuore la sorte e il futuro di questa straordinaria terra che è l’Africa. Assistiamo purtroppo ad una sorta di moral suasion da parte dei governanti e della Comunià Economica Africana (Ecowas o Cedeao). Io penso esattamente come Tahar Ben Jelloun che afferma cito “..la peggior nemica dell’uomo è l’ignoranza, soprattutto quando è arrogante e soddisfatta. Siamo in presenza di criminali che nulla potrà fermare, se non l’uso di una forza brutale quanto la loro stupidità…”. Qui non siamo solo di fronte a degli ignoranti e dei cattivi, i barbari come li chiama Tahar che sono contro i valori dell’umanesimo e dell’accoglienza che l’Africa ha sempre incarnato ed espresso nei confronti degli arabi, degli europei, dei bianchi, dei cinesi (che vivono ormai stabilmente sul nostro continente facendo solo affari putroppo), ma dei brutali fanatici che meritano una risposta forte e duratura anche di tipo militare a mano armata da parte degli eserciti dei paesi democratici. Occorre riaffermare dei valori di civiltà e di responsabilità civile e democratica degli stati di diritto e di responsabilità appunto. Con questi fanatici spesso coperti da sedicenti fedeli religiosi e da movimenti religiosi irresponsabili non è possibile alcun tipo di dialogo.
Una terra come l’Africa, che da diversi decenni si trova a vivere sempre sulle soglie di soprusi, di violenze, di criminal attitude, di imperialismi, di neocolonialismi sotto ogni forma non ce la fa piu’ a reggere. Ha bisogno di aiuto per rialzarsi. E’ la stessa e medesima Africa che ha vissuto i secoli della schiavitu’ prima dei commercianti musulmani arabi, poi dei trafficanti negrieri cristiani d’origine europea; il lungo periodo della colonizzazione, delle lotte/guerre di indipendenza (anni ’50-60-70, quest’anno l’Algeria festeggia i suoi 50 anni di indipendenza che è stata di lotta sanguinosa contro i francesi); l’apartheid in Sudafrica (voluta e sostenuta da alcune potenze europee con l’arresto di Mandela e dei suoi compagni di lotta); la guerra fredda; il neocolonialismo con la prepotenza delle multinazionali fabbricanti di guerre “fratricide” per impossessarsi delle materie prime (es. Congo democratico, Nigeria ecc…); il criminale utilizzo dei bambini nelle zone di guerra “bambini-soldato”; le rivolte delle popolazioni per la democrazia partecipativa dell’inizio degli anni ’90, il cosidetto la lutte pour le multipartitismo con le aperture delle assemblée nationales; l’avventura dell’immigrazione e della diaspora soprattutto in direzione dell’Europa occidentale degli anni ’90-92 e infine la fine dell’apartheid con la liberazione di Nelson Mandela l’11 febbraio 1990 e le prime elezioni democratiche sudafricane 1994.
L’Africa da un paio di anni si confronta duramente contro una altra piaga neocolonialista, quella del furto delle terre, la cosiddetta land grabbing (molto sentito tra l’altro in Mali dove molti terreni vengono derubati dai legittimi proprietari che si ritrovano senza piu’ nulla. Per esempio le loro piante di karité, una delle piu’ importanti sul piano della produzione agricole vengono letteralmente abbattute dalle ruspe delle multinazionali di questo furto criminale). E’ una delle grosse questioni aperte oggi nella mia terra africana.
E’questa Africa spesso piegata, ma sempre dritta e combattiva debba reagire contro questi islamici da quando si legge rappresentano loro stessi con le loro idee solo nella loro testa. Distruggono Tombouctou a nome di una fede che amano agitare per arringare la folla contro la nostra Africa, le sue genti spesso sorridenti ed accoglienti. Semplicemente io chiedo, credo non essere solo e l’unico a farlo, che l’Islam rispetti l’Africa.
L’Africa merita un grande rispetto dall’islam e da qualunque altra religione o autorità morale che mette piede in questa terra. In queste ore, chiedo che questo rispetto venga dato e riconosciuto all’Africa da parte dell’islam, dalla sua galassia di movimenti e stati musulmani africani e orientali, da parte soprattutto dei fedeli musulmani africani che sono prima di tutto figlie e figli di questa Terra che è l’Africa dove vivono e verso dove emigrano alcuni alla ricerca di “fortuna” e di libertà.
Premetto che e non sono un musulmano anche se ci sono nella mia famiglia e nella comunità del Bénin e del Togo tanti cugini e zii di tradizione musulmana. Proprio per questo motivo sono in grado di invocare con convinzione mia questo tipo di atteggiamento di rispetto per l’Africa e le sue popolazioni. Il mio cugino poliziotto Issa nato a Bafilo (città musulmana del Togo) è di lingua e etnia kotocoli. E’ un credente musulmano che ha studiato con noi nel villaggio, condivideva tutto con noi, musiche, canti, creazioni artistiche ( es. elaborazione di maschere di legno o terra cotta, produzione di totem in ferro con gli amici e parenti fabbri ecc..). Dormivano nella stessa camera con diversi altri bambini del villaggio e ci raccontavamo diverse storie. Mangiavamo tutti nello stesso piatto e non c’è mai stato un momento di rivendicazione di presunte identità religiose. Noi andavamo qualche volta alla preghiera del venerdi’ con lui nel centro di preghiera islamica vicino a Talo (un piccolo villaggio vicino al nostro) oppure a Zongo a Atakpamé (la città capoluogo) portandoci con noi dei tappetti e delle stuoie su cui sdraiarci per le preghiere. E quante feste di ramadan o di tabaski (festa del sacrificio) facevamo assieme? Quante celebrazioni per gli antenati e i nostri viventi invisibili abbiamo fatto insieme? Ci sentivamo semplicemente africani, di tradizione e di cultura africana prima di tutto. Questa era ed è tutt’ora la nostra Coscienza individuale e comunitaria: Essere prima di tutto donne e uomini africani. Il resto viene ritenuto una scelta individuale e soprattutto secondaria che non puo’ né deve mai soppiantare la prima e la fondamentale radice della nostra esistenza comune in coesione con le altre persone e con la madre-natura: L’essere africani! Questo semplice e chiaro concetto pedagogico è sempre stato alla base della nostra educazione trasmessaci dalle madri (fin da quando ci portano sulle spalle), dai padri, dagli anziani in stretta relazione con gli insegnamenti dei nostri venerabili Antenati.
Ed è questo l’insegnamento che debba tornare al centro delle discussioni in atto in Africa e negli altre parti su quanto sta succedendo in Africa subsahariana in questo periodo e che rischia di compromettere tutti gli sforzi compiuti in questi anni per una pacifica transizione verso la democratizzazione del continente. Un attenzione acuta e profonda sulle radici africane della convienza tra le sue popolazioni (numerosissime) potrà essere la vera chiave di volta per una pacifica convienza civile. L’Islam deve rispetto all’Africa sulla base di questi indimenticabili insegnamenti dei nostri saggi prima ancora che della gente umile del mondo africano, ed è per questo che elenco brevemente gli altri motivi:
Innanzittutto perché l’Africa è una terra di cultura, di tradizione e di educazioni ai valori dell’accoglienza, dell’apertura verso altri orizzonti e visioni culturali da sempre. E’ questa sensibilità della Cultura africana che ha favorito l’ingresso di altre religioni come il cristianesimo e l’islam. Non erano delle religioni africane. Sono giunte nei primi secoli (2° e 3° secolo per il cristianesmo e nel 13° sec. Per l’islam) e dobbiamo dire che il loro ingresso in questa nostra terra già ricca di tradizioni teologiche e di visione antropologico-cosmologiche) non è stato pacifico. L’ingresso dell’islam in Africa nel nostro caso è stato imposto anche con la forza brutale da alcuni khalifati prima di accorgersi che anche gli africani possiedevano la loro credenza e non avevano nulla da invidiare alle altre fedi religiose e che possiedono inoltre sua schöne Weltanschaüng, cioè la loro bella visione del mondo e dunque che non avevano nulla da invidiare alle altre religioni.
L’Islam deve rispettare l’Africa e di conseguenza sia i suoi credenti musulmani africani che quelli delle altre religioni che comunque a tutti gli effetti si sentono degli africani che vivono radicati nella visione africana del mondo pur professando la religione del profeta Mahomet. Quando evochiamo questo rispetto lo facciamo a nome anche di tutti coloro che hanno sacrificato la loro esistenza per liberare l’Africa dalle schiavitu’ e dalle colonizzazione, grazie a loro è giunta anche in Africa il vento della primavera delle indipendenze. L’Islam deve rispetto all’Africa, se non altro per le popolazioni africane, operose, laboriose e piene di vitalità, interpreti fervorose della millennaria cultura africana e delle favolose creazioni di tipo artistico e culturale come i musei, le piramidi, i monumenti, i parchi nazionali, i centri di studi (es. Università cattolica di Kinsha e il suo centro di ricerca sulla cultura africana, CERA), i luoghi di culto o di raduno che comunque rendono la terra africana molto speciale agli occhi dei suoi visitatori . E proposito dei luoghi di culto, cari lettori di recarvi, se vi dovesse capitare di andare in Bénin, a Porto Novo (nella capita sulla costa) per visitare la principale moschea di questa città che era un antica ed affrescata chiesa dei missionari olandesi. Un gioiello archittetonico considerato bene dello stato del Bénin nonché monumento dell’Unesco.
Infine, credo che questo rispetto debba partire innanzittutto dagli atteggiamenti e dall’attenzione degli stessi africani che sono diventati musulmani o per scelta o per tradizione. Queste sorelle e fratelli africani devono farsi rispettare, cioè fare comprendere come alcuni lo stanno già facendo nelle chiese cristiane grazie ai teologi dell’inculturazione che sono interpreti di una gioiosa cultura di vita, quella delle madri e dei padri africani. Che essi sono dei credenti adulti e responsabili, cittadini di un continente che non mai fatto delle diversità religiose motivi di conflitti e di guerra. Devono questi sorelle e fratelli miei della religione musulmana devono e possono ritornare ad amare l’Africa, le sue genti e i suoi valori che non ammettono violenza e brutalità. E’ un messaggio che va comunicato in modo insistente a tutta la comunità dei credenti, ai leaders religiosi, ai piccoli e ai grandi anche in occasione delle preghiere di venerdi’ come oggi. Questo consiglio fraterno lo indirizzo anche a quanti sono in immigrazione o in diaspora. Con alcuni di loro mi sono intrattenuto in questi giorni mentre passeggiavo lungo il mare in Toscana con la mia famiglia. La maggior parte di questi amici sono musulmani senegalesi che da sempre hanno un forte legame con i maliani. Essi sono rimasti sbigottiti, sorpresi e molto perplessi nei confronti di coloro che stanno distruggendo Tombouctou e i simboli di grande civiltà di questi luoghi. Forse perché in Senegal c’è sempre stato una bella e generosa convivenza tra cristiani, animisti e musulmani ( per la maggior parte appartenenti alla confernité dei Mourid di Hamadou Bamba)
Il mio sincero augurio è che questi miei concittadini africani aiutati dai loro anziani/e saggi cerchino di avere i piedi per terra, cioé di sentirsi autenticamente africani con gli altri africani, di vivere e di tradurre i valori-cardine della cultura africana che sono l’accoglienza (per superare la violenza , la fratellanza (antidotto ad ogni fanatismo anche di tipo religioso perpetrato ovunque in Africa in particolare modo in Nigeria, in Sudan, in Mali a nome di un dio superiore), la solidarietà (che ci rende membri della stessa comunità di vita) e l’ascolto (per cogliere il bello, il buono e l’immenso di ogni persona, di ogni realtà).
Non è forse questo la prima e la piu’ significativa lezione che le nostre madri ci impartiscono fin dall’infanzia? Ma ce li ricordiamo questi insegnamenti che ci dicono prima di tutto che occorra essere degli esseri umani prima qualsiasi altra cosa? Forse occorre rileggere con uno sguardo piu’ attento e con una sorta accortezza questo libro (piu’volte citato in queste pagine) del nostro grande fratello narratore e scrittore del Mali il saggio Hamadou Hampaté Bâ, il Saggio di Badiangara, l’Africa delle grandi tradizioni, ed. Neri Pozza, Vicenza 2001. Vale davvero rileggere questo saggio per trarre delle bellissime lezioni dalla bocca del grande saggio Thierno Bokar per comprendere quanto andiamo sostenendo da mesi e cioè che un autentico africano che ha cuore le sorti del nostro continente è in grado di apprezzare le diversità e includerle nel proprio patrimonio culturale depurandole da ogni scoria di conflittualità e di fanatismo violento e crudele come quello a cui stiamo assistendo in queste ore.
Non dovesse bastare vi segnalo anche il saggio del brillante teologo gesuita camerunese dell’inculturazione Engelbert Mveng ( misteriosamente ucciso nel 1995 a Yaoundé), Il cristianesimo e l’identità africana, ed. Sei, To
Per ulteriori approfondimenti di queste questioni sull’identità africana e le religioni potete contattarci scrivendoci su slysajah@gmail.com oppure piessou@hotmail.com
Buona estate in compagnia del nostro sito-quaderno sull’Africa.
Jean-Pierre S. Piessou
Per lettura e studio consiglio questa breve Bibliografia
Sony Labou Tansi, nemico del popolo, ed. Epoché, Mi 1983
Souad Bakalti, la femme tunisienne au temps de la colonisation (1881-1956), ed. Harmattan, Paris 1996
Hamadou Hampaté Bâ, il Saggio di Badiangara, l’Africa delle grandi tradizioni, ed. Neri Pozza, Vicenza 2001
Alex Haley, Radici, ed.Bur narrativa, Mi 2005
Pedro Miguel, per una filosofia Bantu, ed. edlico, Bari 1987
Ahmadou Kourouma, en attendant le vote des betes sauvages, ed. du Seuil, Paris 1998
Ahmadou Kourouma, Allah non è mica obbligato, ed. e/o Roma 2002
Bernard Dadié, le pagne, ed. présence africaine, Paris 1955
Camara Laye, io ero un povero negro, ed. Massimo, Mi
Martin N’kafu, il pensare africano come vitalogia, ed. Ancora, Roma 1997
Ken Saro-Wiwa, Sozaboy, ed. Castoldi, Mi 1985
Chinua Achebe, il Crollo, ed. e/o Roma 1995
Jean-Marc Ela, la mia fede di africano, ed. Emi, Bologna 1987
Nelson Mandela, il lungo cammino verso la libertà, ed. Feltrinelli, Roma 1994
Marc Augé, il dio oggetto, ed. Meltemi, Roma 2002 (ricerca antropologica fatta in Benin e in Togo)Jean Pliya, l’arbre fétiche, Ed. Clé,
Kossi Komla-Ebri, all’incrocio dei sentieri, ed. Emi, Bo 2003
Buchi Emecheta, cittadina di seconda classe, ed. Giunti, Fi 1997
Joseph Ki-Zerbo, la storia dell’Africa nera, ed. Einaudi, Roma 1977
Mveng E., Il cristianesimo e l’identità africana, ed. Sei, To
Edouard Matoko, l’Africa degli Africani, utopia o rivoluzione?, casa editrice mazziana, Verona 2002







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